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A partire dalla metà degli anni 30, il tango visse un periodo di profonda rivoluzione, nel quale si innescò Juan D’Arienzo con la sua orchestra. Il 24 giugno 1935 Carlos Gardel era perito in un incidente aereo a Medellin, in Colombia, ed il tango nella sua interezza corse il rischio di essere seppellito con lui. In quegli anni, a Buenos Aires dominavano due correnti stilistiche ben distinte, da un lato la “guardia vieja” rappresentata dal tradizionalismo di Francisco Canaro e Roberto Firpo, dall’altro l’evoluzionistico filone della “guardia nueva” facente capo alla scuola di Julio De Caro. Entrambe le scuole stavano allontanando i cultori ed i ballerini dalle sale dove si ascoltava e si ballava tango.

Rispetto al tango delle origini, queste orchestre si distinguevano per un ritmo piuttosto lento e compassato, lontano dalla pulsazione in 2/4 tramite la quale tanta parte del tango si era caratterizzato fino a quel tempo. Di conseguenza, molti ballerini si sedevano ad ascoltare, piuttosto che scendere in pista. Anche Juan D’Arienzo, agli albori della sua carriera artistica si allineò agli stili allora dominanti, tanto che alcuni suoi brani più vicini al 4/8 che al 2/4 sembrano profondamente distanti dal D’Arienzo universalmente conosciuto. Ecco un brano esemplificativo:

Orquesta Típica Juan D’Arienzo con Carlos Dante – Callejas solo (1928)

Tuttavia, fu proprio nel 1935 che D’Arienzo diede un impulso fondamentale alla rinascita dell’interesse per il tango ballato. Con un ideale ritorno al tango delle origini, e poi un’arrangiamento volto ad eliminare i vuoti nella melodia, D’Arienzo propone al pubblico dei cabaret la sua ricetta semplice, quanto efficace: ritmo, ritmo incessante. Le sospensioni e gli improvvisi silenzi, di cui la produzione di D’Arienzo è ricca, perdono il loro carattere espressivo e risultano piuttosto un modo per rimarcare l’inesorabile ritmica del brano. Parte del successo di questa “nuova” proposta fu legato anche alla presenza di un pianista dalle “mani magiche”, Rodolfo Biagi. Il ritmo che Biagi impose alle esecuzioni, assai più serrato rispetto a quello dei suoi contemporanei, divenne in breve la cifra dell’orchestra, ma anche dei numerosissimi musicisti che di lì a poco andarono a ingrossare la schiera dei seguaci di D’Arienzo e del suo stile. Fu così che nacque l’epiteto di “Rey del Compás” coniato da Príncipe Cubano nel “Cabaret Florida”.

Quinteto Don Pancho – El flete (1939)

Orquesta Típica Juan D’Arienzo – El flete (1936)

Dal confronto tra la versione di Canaro e quella di D’Arienzo de “El flete” si ha un perfetto esempio dello stile di quest’ultimo, sia da un punto di vista strutturale che relativo dell’approccio interpretativo. L’impatto quasi aggressivo della musica di D’Arienzo è forse ancora più evidente nei brani cantati, dove la voce stessa viene tenuta vicinissima allo scheletro ritmico del pezzo.

Strumentazione ed arrangiamento al servizio del ritmo. In sostanza, è possibile dire che D’Arienzo recuperò l’aspetto ritmico della fase pionieristica della “guardia vieja”, riproponendo uno stile bien marcado che si caratterizza nell’accentuazione di tutti i quarti della battuta, con la contestuale e notevole velocizzazione del tempo di esecuzione. La frequenza di pulsazione delle sue esecuzioni rimane sempre a due battiti al secondo, descrivendo una struttura ritmica che si impone come elemento essenziale del brano. Un ulteriore esempio è rappresentato dalla quadratura ritmica di “Pensalo bien”, del 1938, un tango con un riempimento strumentale che non lascia alcun vuoto nella melodia, se non i consueti silenzi e sospensioni darienziani, di evidente utilità ritmica più che espressiva.

Orquesta Típica Juan D’Arienzo con Alberto Echague – Pensalo Bien (1938)

Come nota Luis Adolfo Sierra, lo stile di D’Arienzo è tutto in un “rigido marcare, tagliare, accellerare, in un movimento incessante nel contrasto tra ‘staccato’ e silenzi, con rapidi passaggi di un pianoforte che enfatizza con la mano destra il soggetto o il tempo di una melodia, nella stessa forma esecutiva… tecnicamente semplice, ma impreziosita da una notevole capacità strumentale”.

Più che attraverso peculiarità tecniche, quindi, lo stile di D’Arienzo si andò definendo nella particolare modalità esecutiva che egli volle imprimere alla sua orchestra, il cui tratto essenziale vediamo risiedere nella ricerca costante della marcatura energica e dell’artificio ritmico di un tempo notevolmente accelerato. Dal punto di vista dell’arrangiamento, le esecuzioni di D’Arienzo mostrano quasi sempre lo stesso schema: sullo staccato del pianoforte (spesso a solo) o degli altri strumenti, volto a determinare inesorabilmente la quadratura ritmica battuta per battuta, si innesta invariabilmente l’assolo di violino in quarta corda (detto “la vaca”) ed in chiusura le variazioni in assolo dei bandoneones. Seppure con il passare degli anni le scelte musicali di D’Arienzo divennero più interessanti, egli non cambiò mai il modo di trattare l’aspetto ritmico. Comparve, specie nelle esecuzioni degli ultimi vent’anni della sua carriera, qualche timida attenzione in più per il chiaroscuro e per soluzioni armoniche un pò più inventive. Tuttavia si tratta di aggiornamenti stilistici marginali, forse determinati principalmente dalla necessità di mantenere un qualche mercato durante gli anni più bui del tango (dopo la metà degli anni ’50), e che non intaccano comunque la fedeltà dell’Orquesta Típica D’Arienzo al suo approccio interpretativo originario.

Il pianoforte fu lo strumento cardine di tutta la produzione musicale di D’Arienzo. Le caratteristiche del pianoforte dell’Orchestra di D’Arienzo sono costanti e facilmente riconoscibili: frequenti passaggi che sottolineano, perlopiù con la mano destra, il tema della melodia del brano, ed un largo indugiare in ornamenti e controcanti molto evidenti ed accentuati. Questi elementi si rilevano nelle incisioni con Biagi, come in quelle realizzate con i diversi pianisti che si avvicendarono nell’orchestra dagli anni ’30 sino alle ultime esecuzioni.

Controverso fu invece il suo rapporto con i cantanti, responsabili, a suo dire di tanta parte della decadenza del tango. Citando le sue parole “Secondo me la maggior colpa per il declino del tango è da attribuire ai cantanti. C’è stato un momento in cui l’orchestra di tango non era altro che un mero pretesto per l’esibizionismo del cantante. I musicisti, incluso il direttore, non erano altro che gli accompagnatori di una cosa simile ad una star popolare. Per me questo non deve accadere. Il tango è anche musica, come già detto. Vorrei aggiungere che è essenzialmente musica. Di conseguenza l’orchestra, che questa musica la suona, non può essere relegata a fare solo da contorno alle luci della ribalta del cantante. Al contrario la musica è per le orchestre e non per i cantanti. La voce non è, non dovrebbe essere altro che uno strumento aggiunto dell’orchestra. Sacrificare tutto alla gloria del cantante, alla star, è un errore. Io ho reagito all’errore che ha causato la crisi del tango ed ho messo l’orchestra in primo piane ed il cantante al suo posto. Inoltre, ho usato come soccorso al tango la sua forza maschile, che era stata persa nel susseguirsi degli eventi. In questo modo nelle mie interpretazioni ho marcato il ritmo, il nervo, la forza e il carattere che si distinguono nel mondo della musica e che erano stati abbandonati per i motivi di cui sopra. Fortunatamente, questa crisi è stata temporanea, ed oggi il tango ha ripreso quota, il nostro tango, con la vitalità dei tempi migliori. Il mio orgoglio maggiore è di aver contribuito al rinascimento della nostra musica popolare”. In realtà, come altre volte accadde, D’Arienzo contraddisse spesso queste sue stesse parole. Sebbene il cantante abbia nei primi anni di carriera esattamente il ruolo che qui si enuncia, neppure D’Arienzo si sottrasse, a partire dalla fine degli anni ’50, dal mettere in primo piano l’interpretazione della voce, secondo un gusto che avrebbe portato il tango ad una crisi più profonda di quella dell’inizio degli anni ’30.

Nel 1949, durante un’intervista ebbe a dire “Dal mio punto di vista, il tango è, prima di tutto, ritmo, nervo, forza e carattere. Il tango delle origini, quello della vecchia guardia, aveva tutte queste caratteristiche, e noi dobbiamo cercare di non perderle mai. Da quando le abbiamo perse, alcuni anni fa, il tango argentino è entrato in crisi. Modestie a parte, ho fatto tutto il possibile per far in modo che ritornasse in auge.”

Per concludere, la rivoluzione conservatrice di D’Arienzo, per usare le parole di Marco Brunamonti, fu nel fatto di concepire una musica tutta orientata ai ballerini, proponendo una modalità di suonare il tango essenzialmente rivolta al ballo. Per questo motivo Juan D’Arienzo rimane una figura di riferimento, ed in alcuni casi, di venerazione, per i ballerini di ieri e di oggi. D’Arienzo fece proprio un certo modo regressivo di intendere l’uso della strumentazione e dell’arrangiamento, a tutto vantaggio dell’aspetto ritmico, che si protrasse sino al termine della sua vita, e che gli valse addirittura l’epiteto di “demagogo del tango” da parte di alcuni. Al netto delle polemiche tra gli intenditori, lo stile D’Arienzo ebbe un impatto notevole anche sulle scelte stilistiche delle altre orchestre che operarono da metà degli anni ’30 a metà degli anni ’40 e oltre, le quali, per non perdere la maggior parte del loro pubblico e quindi anche la possibilità di vivere con la loro musica, si risolsero a mettere la sordina alle proprie specifiche esperienze e caratteristiche interpretative, accelerando in maniera generalizzata le proprie esecuzioni.

Mi piace chiudere con una considerazione di D’Arienzo, rilasciata in un intervista del 1975, poco prima della sua dipartita: “I giovani mi amano. A loro piacciono i miei tanghi perché sono nervosi, ritmici. La gioventù è proprio questo, felicità e movimento. Se gli suonassi un tango melodico e non ritmato, sicuramente non gli piacerebbe, questo è quel che succederebbe. Oggigiorno ci sono buoni musicisti e grandi orchestre che pensano di suonare tango, ma non è così, se non hanno ritmica non c’è tango. pensano di poter rendere popolare un nuovo stile, e magari vi riescono avendo un colpo di fortuna, ma io continuo a pensare che senza ritmo non c’è tango. Come professionisti li rispetto, ma quello che fanno non è tango. E se mi sbaglio vuol dire che sono più di cinquant’anni che mi sbaglio”.

Fonti consultate

  1. Tangolosi Blog
  2. TodoTango
  3. Sierra L.A. (1966). Historia de la Orquesta Típica: Evolución instrumental del tango.  Corregidor Editore.
  4. Brunamonti M. (2002). Il Tango – Musica e Danza. Edizioni Auditorium.

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